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I delitti Giovannoni e Servigi; i luoghi e i ricordi

La storia raccontata dai suoi protagonisti

Domenica 27 settembre il gruppo di studio “partecipato” C’era una voltarella si è avvicinato ad uno dei capitoli più delicati e complessi della storia pergolese con l’aiuto di coloro che vissero in prima persona tali eventi: Costanzo Fagioli, protagonista della resistenza pergolese al nazi-fascismo, Aldo Bucarelli, sindaco di Pergola dal 1957 al 1975, e Vittorio Caprini, autore del libro di vicende pergolesi  “Storie di provincia e di un provinciale”.

Ha introdotto l’incontro Giuseppe Milito,  che da qualche tempo sta lavorando ad un libro su Pergola, il quale ha scelto di estrapolare dal suo scritto due fatti di cronaca avvenuti a ben 22 anni di distanza l’uno dall’altro, ma direttamente collegati tra loro. Di seguito il suo contributo: 

“Forse qualcuno sa che sono stato incaricato di scrivere quello che dovrebbe essere un almanacco pergolese, una raccolta di personaggi e avvenimenti pergolesi dalle origini ai giorni nostri. Ho fatto vedere a Silvia il lavoro di ricerca fatto e Silvia mi ha proposto di parlare di un argomento che potesse interessare il gruppo  “C’era una voltarella”. Ho pensato di parlare di alcuni fatti che hanno riguardato fascisti e antifascisti e che si sono svolti in luoghi che ci sono famigliari. Sono fatti tragici, storie di torture e uccisioni, con colpevoli da entrambe le parti.  Per questo ho scelto il titolo   “I delitti Giovannoni e Servigi” con il contributo di Elvio Neri,  Costanzo Fagioli, Vittorio Caprini e Aldo Bucarelli. Se è vero che il regime fascista è stato la negazione della libertà e dei diritti umani, dunque da condannare senza se e senza ma, e se è vero che molti di quelli che hanno indossato la camicia nera erano dei violenti e dei criminali, è anche vero che tra i fascisti c’erano anche dei poveracci, reduci di guerra, sbandati, disoccupati, che avevano indossato la camicia nera per fame. Oppure erano degli opportunisti che avevano aderito al  fascismo per convenienza, un atteggiamento che non va certo portato ad esempio, ma non un comportamento criminale. E’ un discorso che negli anni Settanta probabilmente non si sarebbe potuto fare senza essere accusati di essere filo-fascisti. In quegli anni i buoni stavano tutti da una parte e i cattivi dall’altra e chi esprimeva qualche dubbio veniva, nella migliore delle ipotesi,  considerato un ignorante.  A questo proposito apro una parentesi per segnalare un film, “La marcia su Roma”, che, guarda caso, in televisione viene trasmesso pochissimo. Gassman e Tognazzi interpretano un reduce di guerra e un contadino ignorante che indossano la camicia nera per fame, ma sono due bonaccioni e quando vedono che il loro capo squadra è un assassino, scappano e gettano la camicia nera, anche se poi il finale del film, con i fascisti che entrano a Roma, fa capire che si adegueranno al regime, come la maggior parte degli italiani.  Chiusa la parentesi, torniamo ai fatti. 

Il delitto Giovannoni, avvenuto nel 1922, è direttamente collegato al delitto Servigi, avvenuto 22 anni dopo.   Questo è quanto mi ha riferito Elvio Neri:  “Dalla testimonianza diretta raccolta da alcuni dirigenti del Pci di Pergola negli anni Settanta.  I giovani fratelli Nazzareno e Alessandro Giovannoni vivevano con la famiglia nelle campagne di Pantana, dove coltivavano a mezzadria un terreno che era stato in precedenza di proprietà di un noto gerarca fascista. Alessandro  era iscritto al Partito Comunista d’Italia, mentre il fratello Nazzareno non era iscritto ad alcun partito.  Alessandro raccontò che la sera del 2 ottobre 1922 una squadra di 14 fascisti si recò a casa dei Giovannoni e chiese ai due fratelli di uscire fuori.

All’esterno i fascisti cercarono di interrogarli, ma prima che i due fratelli potessero rispondere, uno li colpì in faccia con violente nerbate. Di fronte alle minacce e alla violenza dei fascisti, i due fratelli tentarono di fuggire. Alessandro si diresse verso Pantana e si nascose in casa della fidanzata, Nazzareno scappò in direzione della campagna, ma venne raggiunto da alcuni colpi di pistola e venne ucciso. Poco dopo il cadavere venne trovato dal padre. Sembra che un fratello di latte dell’ucciso, noto comandante della squadra fascista,  quella sera fosse giunto sul posto a cose fatte, quando l’assassinio era stato commesso.  Alessandro disse che a causa della situazione politica e della paura di rappresaglie, la sua famiglia non ebbe il coraggio di sporgere denuncia e gli autori di quell’efferato delitto rimasero impuniti. Nazzareno sosteneva inoltre che la vittima designata fosse lui, l’unico componente della famiglia iscritto al Partito Comunista e che quanto accaduto non fosse la conseguenza di un incidente di percorso. Infatti un noto fascista pergolese avrebbe pronunciato la frase:  “Questa sera a Pantana ci sarà la carne ghiaccia”.    Alessandro completò la sua testimonianza ricordando che quando la squadraccia arrivò a Pergola entrò in un bar del centro e un cliente chiese come fosse andata la spedizione.  “Molto bene – rispose un fascista – ci vuole la cassa da morto”.

Prima di passare al delitto Servigi, apro un’altra parentesi sull’uccisione da parte del tedeschi di Mario Caprini e Mario Minucci, avvenuta nel 1944. Anche questo episodio testimonia come non tutti i fascisti fossero degli essere spregevoli  come quelli che uccisero Giovannoni.  Qui il luogo da prendere in considerazione è viale Dante, dove risiedeva la famiglia Caprini. Nella stessa via c’erano anche il comando tedesco e la villa del capo della milizia fascista. Dalla parte di via Giovannoni abitava Toto Costantini, fascista e volontario della guerra di Spagna. Quando Mario Caprini  venne ucciso (insieme a Mario Minucci) non aveva addosso i documenti e i tedeschi non sapevano chi fosse. Quando lo scoprirono, un ufficiale disse ai Caprini che avrebbe dovuto far fucilare tutta la famiglia, ma aveva ricevuto l’ordine di ripiegare subito a nord e lasciava l’incarico al distaccamento militare che stava arrivando a Pergola.  Per dare un segnale ai tedeschi che sarebbero arrivati fece scrivere sulla facciata CASA DI PARTIGIANI   e  lasciò due sentinelle a guardia della casa. Ma le sentinelle vennero eliminate e con l’aiuto dei vicini la scritta venne cancellata in poco tempo, con il silenzio di Toto e del comandante della milizia, che abitavano lì vicino ma non dissero niente ai tedeschi. Questo accadde poche settimane prima della liberazione di Pergola avvenuta il 20 agosto 1944. Per impedire vendette contro i fascisti, il CLN li fece arrestare allo scopo di salvarli ed evitare che si ripetesse quello che era successo a un fascista, Servigi, accusato ingiustamente di essere l’uccisore di Giovannoni.  Quando arrivarono i partigiani della  “Brigata Maiella”, qualcuno li informò dell’accusa verso Servigi. Allora quelli della Maiella, senza preoccuparsi se l’accusa fosse vera, lo uccisero dopo averlo torturato. Lo presero  e, legato a una sedia, dalle Birarelle lo portarono a Montesecco  e, dopo averlo seviziato, lo legarono a una jeep e lo trascinarono lungo la strada per Arcevia.”  (Giuseppe Milito)

Il fine ultimo del progetto C’era una voltarella è quello di ridare impulso al dibattito storico-culturale pergolese (un dibattito che vorremmo diventasse “inclusivo” e non “esclusivo”) divulgando quanto più possibile gli studi su Pergola già effettuati (editi e inediti) e quelli che faremo nell’ambito del progetto. Gli incontri sono aperti a tutti!

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